La città che sale è un’opera di Umberto Boccioni d’inizio secolo in cui l’elevazione di una fabbrica milanese viene contrapposta alla forza animale di un cavallo da tiro utilizzato nel cantiere edile.
Già allora la modernità italiana entrava in conflitto con l’irreparabile anacronismo provincialista, ed il progresso industriale era visto (anche se dal più geniale dei futuristi) come progresso civile e sociale.
Oggi un’euforia modernista spinge città come Torino e Milano a rinnegare secoli di stile e buon gusto in fatto d’architettura per riallacciarsi piuttosto ad una relativamente recente corrente statunitense, che vede il grattacielo, lo skyscraper di vetro e metallo, come dimostrazione muscolare del massimo traguardo di civiltà.
Falli cementizi che oramai appaiono ovunque come erezioni ingiustificate che annullano lo skyline di molte città dei cinque continenti, elementi verticali, ansiogeni, ben più guerreschi delle nostre vecchie torri medievali.
E di Boccioni non ci rimane nemmeno il cavallo…